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Festa della Repubblica- Pubblichiamo l'intervento del sindaco di Rio nell'Elba Danilo Alessi in occasione del 2 giugno 2012

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A tutti voi grazie, grazie di essere qui, alle autorità militari e civili, alle rappresentanze d'arma in congedo e alla Fanfara dei Bersaglieri, grazie a tutti i sindaci elbani e al commissario prefettizio di Rio Marina che personalmente o con loro delegati onorano Rio della loro presenza, testimonianza di una lodevole volontà unitaria che va oltre le appartenenze politiche, grazie a Don Leonardo e al Coro Parrocchiale "Giovanni Paolo II" per la suggestiva cerimonia religiosa, grazie al Sindaco dei Ragazzi, Angelo Bolano, e alle ragazze e ai ragazzi del Centro Giovanile che come primo vero impegno hanno accolto l'invito dell'Amministrazione ad essere attivamente partecipi a questa celebrazione, un evento che ricorda una data particolarmente significativa e che non è e non vuole essere il rituale di una festa che per un doveroso omaggio istituzionale ci fa ritrovare ogni anno nella piazza di questo nostro paese.

Il 2 di Giugno, la ricorrenza dell'avvento della Repubblica, è una data di fondamentale importanza per la storia e l'identità d'Italia, che stimola e ripropone una seria riflessione non solo sul recente passato ma anche sull'oggi, su cosa vogliamo essere e dove vogliamo andare, per quale società impegnare le nostre energie, quale futuro costruire per le nuove generazioni.

Prima di tutto, però, la memoria, perché un Paese che non ricordasse i suoi morti per la libertà e dimenticasse le pagine più gloriose della sua storia sarebbe condannato al disprezzo e al decadimento.
Il ricordo, dunque, dei partigiani e dei soldati che combatterono in armi, dei militari che non si arresero ai tedeschi, come il nostro Ilario Zambelli, sottufficiale di marina, medaglia d'oro della Resistenza, martire delle Fosse Ardeatine; e con lui Sabino Galletti, soldato semplice, e Sabba Mancusi, marinaio, poco più che ventenni, caduti per mano nazista e a cui Rio ha dedicato alcune delle vie del paese ed una parete della sala consiliare.
Il ricordo dei contadini che aiutarono i combattenti, delle donne che fecero irruzione nella vita politica nazionale per battersi in favore della libertà, dei sacerdoti che aiutarono i partigiani e i militari, di tutti coloro, insomma, che hanno composto il grande quadro della Resistenza, il ricordo di tutto ciò è prioritario rispetto ad ogni altra cosa, perché è dovuto, certo, al loro sacrificio, ma anche all'esempio di fierezza e di speranza che ci hanno dato.
Perché quei combattenti non anelavano soltanto alla libertà, ma volevano anche avviare sui sentieri della democrazia la ricostruzione di un Paese distrutto. Ed è proprio alle loro speranze e ai loro sogni che oggi va dato il massimo tributo perché la memoria non sia formale e retorica, ma sia utile per capire e affrontare le sfide planetarie che abbiamo dinanzi.
Viviamo in una fase difficile, di fronte ad una crisi che non è temporanea ma strutturale, alle difficoltà di tante famiglie senza lavoro e senza un'adeguata sicurezza sociale, al lavoro "dimenticato", alla dignità sepolta nei meandri del precariato, alle tante modestissime pensioni di vecchiaia, alla ricerca affannosa e finora insufficiente di accompagnare al necessario rigore quell'altrettanta necessaria equità, senza la quale i sacrifici non possono essere accettati.
Una fase difficile, aggravata dal distacco dei cittadini dalla politica, che rischia sempre di trasformarsi in una pericolosissima "antipolitica", dalla corruzione dilagante, dall'assalto della criminalità organizzata al nostro stesso sistema economico, dai rigurgiti di terrorismo che anche in questi giorni hanno fatto altre vittime innocenti, dal degrado anche culturale e morale che da tempo sta avviando il Paese su una china estremamente rischiosa.
Una fase difficile anche perché alla rassegnazione e alla indifferenza si uniscono talora una protesta e una indignazione altrettanto pericolose, se fini a sé stesse, perché la storia ci insegna che certe derive portano facilmente a soluzioni populistiche e autoritarie come dimostrano, purtroppo, il risorgere e l'affermarsi di movimenti di destra estrema e neonazisti in alcuni paesi europei.
In una fase come questa ci si può forse affidare allo scoramento, alla caduta di ogni speranza e perfino alla rassegnazione? Io credo proprio di no, perché ciò ci condurrebbe inevitabilmente in un baratro senza ritorno. Al contrario, io credo che occorre compiere ogni sforzo per resistere e trovare la strada giusta per avviare il Paese verso il riscatto con un deciso cambiamento di rotta sul piano economico, politico e sociale.
Il fondamento di questo impegno si può trovare soltanto nel ricorso ai principi e ai valori della Costituzione, che affondano le radici nella Resistenza e che in parte sono stati riproposti poco fa dai ragazzi del Centro Giovanile, parole semplici, come lavoro, dignità, uguaglianza, solidarietà, ma estremamente significative.
Una festa di tutti, quella della Repubblica, per riconoscersi in ciò che di grande è avvenuto nel nostro Paese, attraverso la ricostruzione dell'Unità nazionale, nella libertà, e l'apertura delle porte alla politica nel senso moderno, nel senso della democrazia.
Occorre ricordare, infatti, che la vera debolezza dell'Italia prefascista non era consistita nelle diatribe dei notabili ma nella scarsa partecipazione delle masse alla vita politica.
Paternalismo, filantropismo, beneficenza avevano costituito per tanto tempo il limite massimo delle classi dirigenti di allora.
Naturalmente il fascismo aveva aggravato i vecchi mali, propizi alla sua nascita.
Toccò alla Resistenza affrontare il problema alla radice, con la lotta popolare di ogni giorno, con la partecipazione volontaria della gente di ogni ceto.
Non si trattava soltanto di cacciare i tedeschi, bisognava svegliare gli italiani alla politica. Bisognava imparare dalla guerra ad affrontare la pace, a scalzare le radici dopo aver abbattuto la quercia del fascismo.
Così si è realizzata una grande svolta ed una profonda rottura con il passato. Da qui la scelta repubblicana del 2 Giugno 1946, e la Costituzione alla fine dell'anno successivo, nata in un clima di grande tensione morale e con un forte richiamo ai valori fondamentali del mondo moderno, i valori della giustizia e della libertà.
Fu così che milioni di cittadini non solo tornarono a fare politica alla luce del sole, ma si organizzarono in formazioni politiche e sociali che avevano dimensioni e caratteri inediti rispetto al passato.
Comparve per la prima volta sulla scena del nostro Paese un sindacato unitario di massa che andando oltre le rivendicazioni redistributive cominciò a cimentarsi con i problemi di un possibile controllo della produzione.
Iniziarono ad organizzarsi, socialmente e politicamente, gruppi sempre più numerosi di coltivatori diretti, di impiegati delle città, di ceti mercantili che prima erano in buona parte dispersi, spesso rinchiusi in orizzonti municipali, senza influenza sulla vita politica generale.
Mutò qualcosa di profondo anche nel mondo della cultura e infine si ebbe la nascita e lo sviluppo di grandi partiti politici di massa con caratteri notevolmente diversi rispetto al passato
La Costituzione fu l'espressione più alta e autorevole di questi cambiamenti e solo così si spiegano le innovazioni che essa contiene, valide ancor oggi, a cominciare da quella che è la sua vera e grande novità e che si esprime nel nesso stringente fra democrazia politica e democrazia sociale.
L'uguaglianza dei cittadini, di tutti i cittadini, dinanzi alla legge e nell'esercizio di essenziali diritti di libertà e di iniziativa politica, pone, così, contestualmente, il problema del superamento degli ostacoli che ne limitano o impediscono l'attuazione.
Ed è da questa ispirazione che derivano altre novità di fondo, quali il modo con cui sono concepiti gran parte dei diritti: il diritto allo studio, al lavoro, alla tutela della salute; i diritti che impongono allo Stato di definire i programmi e i controlli "perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali".
E' anche per consentire allo Stato di assolvere a questi nuovi compiti che il progetto costituzionale ha gettato le basi del superamento della precedente struttura accentrata e burocratica, prevedendo un sistema di autonomie locali (regioni, province e, sopratutto, comuni) che ha favorito la crescita di una rete di assemblee elettive che, fino ad oggi, nonostante forti limiti e condizionamenti, ha funzionato come punto di riferimento per l'allargamento della partecipazione popolare alla vita politica.
Tutte queste conquiste, che poi hanno cominciato a cambiare le cose nelle fabbriche, nei campi, negli uffici, nelle piazze, nelle caserme, nei tribunali, e che hanno allargato il pensiero, il costume, il senso comune, sono state frutto, certo, prima di tutto delle lotte popolari, delle iniziative delle forze politiche, di uomini e donne lungimiranti ; ma esse sono state rese possibili anche dalle "parole" della Costituzione, e dal fatto che il popolo italiano, a suo modo, aveva coscienza dei principi nuovi che esse contenevano e sapeva richiamarsi ad essi, e così farli vivere con la volontà di migliorare le proprie condizioni di vita.
Sono tanti gli esempi fattibili.
Lo Statuto dei Lavoratori è stato conquistato anche perché è stato possibile collegarlo all'art. 3 della Costituzione.
Gli stessi faticosi progressi del movimento femminile hanno avuto un aiuto dall'idea di parità e dalla negazione di una visione autoritaria della famiglia e del rapporto di coppia, affermati, in particolare, dagli articoli 29 e 31 e dall'art.37 relativi ai rapporti etico-sociali e a quelli economici.
Persino nel campo così travagliato dell'organizzazione della giustizia, quanto più indietro saremmo se non stesse scritta dentro la Costituzione quella visione nuova dei diritti e della figura del cittadino!
Tutto ciò, è bene ricordarlo, non è avvenuto spontaneamente e automaticamente, ma per l'esito di una lotta politica e democratica, che ha avuto come caratteristica l'intreccio tra l'iniziativa di grandi masse organizzate nei partiti, nei sindacati, in altri tipi di movimenti e organismi sociali, e la trasformazione, sia pure difficile, travagliata, contrastata, delle istituzioni statali.
Da questo intreccio occorre ripartire perché il progetto costituzionale non solo resti vivo, ma contribuisca a risolvere i drammatici problemi - economici, sociali, culturali - che oggi gravano sulla società italiana.
Mi sia consentito, infine, di concludere con un aneddoto ed alcune considerazioni del tutto soggettive sul senso e il valore del "fare politica", la politica in quanto assunzione di responsabilità nel governo della cosa pubblica, strumento essenziale ed anche entusiasmante per dare forma ad un'idea, ad un progetto di vita e di società, la politica di chi mette a disposizione il proprio tempo e la propria intelligenza per contribuire, con passione e disinteresse , alla costruzione di un mondo più giusto e solidale.
So bene che per tanta gente l'immagine che oggi dà la politica di sé stessa è tutt'altra, un'immagine inquinata da episodi di corrotti e corruttori, episodi di malaffare e malsane ambizioni di potere che inducono a prendere le distanze, a diffidare, ad astenersi dall'impegno sociale, a fare di tutta un'erba un fascio e a dare spazio ad una deriva qualunquistica che già nel passato è stata causa di gravissimi danni per il nostro paese.
Per questo credo che possa rendere bene l'idea ciò che mio padre, partigiano nella ex Jugoslavia dopo aver combattuto da militare contro i tedeschi a Lero, in Grecia, amava spesso raccontarmi per definire con una battuta cosa fosse il regime del ventennio fascista.
"Papà, cos'è il fascismo", chiede il figlio, la sera a cena, e il padre, sorpreso per la domanda e chiaramente imbarazzato. dopo un po' risponde: "beh, cosa vuoi che ti dica, mangia e zitto".
Non così e ben diverse sono le parole che nel film di Giuseppe Tornatore, "Baaria", il padre morente, vecchio sindacalista siciliano, rivolge al figlio con un fil di voce, chiedendogli di avvicinarsi al capezzale per dirgli: "credimi, la politica è bella". E in quelle parole, appena sussurrate, oggi che ricordiamo il sacrificio di Falcone e Borsellino, riemergono le immagini di Placido Rizzotto, Pio La Torre, Peppino Impastato e di molti altri, che pur sapendo di rischiare la vita hanno continuato senza sosta ad impegnarsi a viso aperto, a sfidare la mafia e a difendere la legalità e la dignità dello Stato, a fare politica.
Quella stessa politica che Giampiero Paviolo, giornalista della Stampa di Torino, descrive nell'occasione della morte di Domenico Carpanini, candidato sindaco nella sua città nel marzo del 2001.
"Domenico Carpanini, scrive Paviolo, è morto ieri sera mentre parlava davanti agli elettori e al suo rivale del Polo, Roberto Rosso. Parlava del lavoro a cui aveva dedicato tutta la vita: giorni e notti in municipio, nelle sezioni di partito, tra la gente. Un attimo, e lo stress accumulato in mesi di trattative, incertezze, passioni, gli ha spezzato il cuore. E' crollato a un passo da me, non un grido, gli occhi senza vita rivolti al cielo. E' morto di politica, di un mestiere che a farlo onestamente costa sacrificio, fatica, sofferenza, non conosce ferie e domeniche. Era grande e forte, Carpanini: se n'è andato in un minuto, afflosciato su quella poltrona troppo piccola per contenerlo tutto. Qualcun altro, domani, prenderà il suo posto e proverà a diventare sindaco. Chiunque sia il vincitore dovrà tenere a mente che la politica è fatta di valori prima che di luci e sondaggi".
Questo è lo spirito profondo, vero, esaltante, che la Costituzione fa proprio e che ci tramanda con la stesura in particolare degli articoli 49, 51 e 54, ricordati in questi giorni anche dal Presidente Napolitano, quella Costituzione che ha cancellato la colpevole rassegnazione del "mangia e zitto" per dirci che si, la politica, nonostante tutto, è bella.
Ed è anche per questo che ai giovani, ai figli di oggi così ben rappresentati in questa piazza, a cui appartiene il futuro di questo paese, voglio ricordare l'appello che Antonio Gramsci, segregato e sofferente nelle carceri fasciste, rivolse loro pensando al riscatto di un'Italia ancora oppressa e umiliata dal giogo della dittatura di Mussolini : "istruitevi, perché avremo bisogno della vostra intelligenza; agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo; organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza".
Grazie ancora a voi tutti, grazie per aver accolto il nostro invito a celebrare insieme questa importante, straordinaria giornata.
Viva il 2 Giugno, Viva la Costituzione, Viva l'Italia!
Danilo Alessi
Rio nell'Elba, 2 Giugno 2012
Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 13 Giugno 2012 12:51 )
 
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